Compiti e responsabilità del Lavoratore

Compiti e responsabilità del Lavoratore

Raccogliamo oggi alcune riflessioni relative ai compiti e responsabilità del lavoratore, anche in relazione alle responsabilità datoriali.
In tema di infortuni sul lavoro, l’inosservanza delle norme di prevenzione da parte dei datori di lavoro, dei dirigenti e dei preposti ha valore assorbente rispetto al comportamento dell’operaio, la cui condotta può assumere rilevanza ai fini penalistici solo dopo che da parte dei soggetti obbligati siano adempiute le prescrizioni di loro competenza” [Cass. pen., Sez. 4, Sentenza n. 3448 del 25/10/2007 Ud. (dep. 23/01/2008)].
In ogni caso “la direttiva n. 391/89/CEE, che ha dato origine al D. Lgs. n. 626/1994 prima e al D.Lgs. n. 81/2008 poi (quale disposizioni legislative nazionali di recepimento) ritiene indispensabile che i lavoratori siano in grado di contribuire, con una partecipazione equilibrata , all’adozione delle necessarie misure di sicurezza (art. 11 paragrafo 1).
E la normativa dell’attuale Testo Unico – che identifica il lavoratore come persona che, indipendentemente dalla tipologia contrattuale, svolge un’attività lavorativa nell’ambito dell’organizzazione di un datore di lavoro pubblico o privato, con o senza retribuzione, anche al solo fine di apprendere un mestiere, un’arte o una professione, esclusi gli addetti ai servizi domestici e familiari – si applica dunque “a tutti i lavoratori, anche autonomi e parasubordinati che, a prescindere dal tipo di contratto e dalla retribuzione, svolgono la propria prestazione all’interno dell’impresa”. L’articolo 2 comma 1 lettera a) del TU riporta tutte le equiparazioni alla definizione di lavoratore. Ricordiamo che con il D.Lgs. 106/2009 a tale definizione non sono più equiparati i volontari.
Le norme di sicurezza dettate a tutela dell’integrità fisica del lavoratore vanno attuate anche contro la volontà del lavoratore stesso, sicché risponde della loro violazione il datore di lavoro che non esplichi la sorveglianza necessaria alla rigorosa osservanza delle norme medesime (Cassazione penale, sez. V, 10/10/1978, Perani e altro).Ddifatti in caso di mancata osservanza delle misure di sicurezza da parte di uno o più lavoratori, il capo reparto non può limitarsi a rivolgere benevoli richiami, ma deve informare senza indugio il datore di lavoro o il dirigente legittimato a infliggere richiami formali e sanzioni a carico dei dipendenti riottosi.
In tal senso la Suprema Corte ha affermato che in tema di evento colposo per infortunio sul lavoro, il giudice penale è tenuto a valutare sia la condotta del datore di lavoro, il quale deve attuare in modo efficiente tutte le misure stabilite dalle apposite norme, sia quella del lavoratore, che deve collaborare alla tutela della propria incolumità, evitando di esporsi senza necessità a situazioni di evidente pericolo, e mantenendo un atteggiamento prudente di fronte a impreviste evenienze (Cass. pen. Sez. IV, ud. 30.1.1979 in causa Rettondini).
In particolare la giurisprudenza della Cassazione ritiene che l’imprudenza del lavoratore, di per se, non determina l’esclusione della responsabilità dell’imprenditore, a meno che non possa considerarsi una causa sopravvenuta, sufficiente da sola a determinare l’evento (vedi Cass., Sez. IV, 7.11.1977 in causa Legnazzi). Infatti le norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro mirano ad eliminare i rischi, compresi quelli conseguenti ad una eventuale imprudenza, disattenzione o imperizia dei lavoratori, la cui incolumità è da tutelarsi sempre e in ogni caso (Cass. Sez. III, 21.6.1983, in causa Cordioli).
Dunque che nel tempo si è affermato il principio per cui la condotta del lavoratore può assumere rilevanza ai fini penalistici solo dopo che i soggetti destinatari degli obblighi di sicurezza abbiano realizzato gli adempimenti prescritti e dunque non sussiste colpa concorrente del lavoratore quando l’infortunio dipende unicamente dalla violazione di legge ispirata a chiara logica di garanzia assoluta (c.d. protezione ‘oggettiva’), diretta ad evitare il sorgere di qualsiasi situazione di rischio ed a prevenire comportamenti imprudenti degli operatori (Pret. Torino 27.10.1983).
Per concludere ricordiamo che “l’adempimento dell’obbligo di sicurezza ‘oggettiva’ renderebbe ininfluenti gli effetti del comportamento anomalo del lavoratore; quando la sicurezza oggettiva a rischio non è realizzabile, fattibile, (o viene vanificata dal comportamento del lavoratore) il giudice dovrà accertare il livello della formazione e l’esperienza del lavoratore, la messa a disposizione di idonee attrezzature; l’esistenza effettiva e l’efficacia del sistema di vigilanza e sorveglianza realmente operante nell’azienda”.

Fonte: Punto Sicuro

Condividi suShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+Tweet about this on Twitter

0 Comments


E tu cosa ne pensi?

La tua email non sarà pubblicata

Lascia una risposta

© 2017 SQ Più S.r.l. - Tutti i diritti riservati - Partita IVA 03977450968 - Accreditamento per la formazione - Regione Lombardia n. 830 - Cookie Policy