La nuova frontiera dello smartworking: lavorare con gli orari (e nei luoghi) che vuoi tu!

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La nuova frontiera dello smartworking: lavorare con gli orari (e nei luoghi) che vuoi tu!

25 maggio 2017 0 Comments

Rivoluzione in corso: lo smartwork (o lavoro agile) ormai è diventato uno slogan. Qualcosa che tutti stanno facendo o vogliono fare. Una medaglia da appuntare sul petto per le aziende. Una boccata di ossigeno per i dipendenti che continuano a fare acrobazie per tenere insieme compiti familiari e lavoro. Dove sta la fregatura? In effetti sì, viene da chiederselo. A sentire imprese, lavoratori (e sindacati) a ormai 6-7 anni dall’inizio in Italia di questo cambio di paradigma dell’organizzazione aziendale i pro restano maggiori dei contro. A fronte di un gruppo come Tim che ha sospeso la sperimentazione che coinvolgeva 18 mila dipendenti, tanti altri hanno imboccato la strada dell’organizzazione post fordista. Che poi, tradotto, vuol dire: trattare i dipendenti come se fossero imprenditori di se stessi, lasciandoli liberi di organizzarsi da soli in merito all’orario e al luogo di lavoro. I debutti, da Fiat a Generali Sono numerosi i gruppi che hanno attivato progetti di smartwork nell’ultimo anno. Da Cnh Industrial a General Electric, da Ferrero a Pirelli e Enel. Compresa Fiat che lo scorso novembre ha introdotto lo smartworking nelle aree finanza e information technology. E anche Generali. «Abbiamo fatto un accordo con il sindacato e avviato una sperimentazione a Milano che terminerà a giugno — racconta Giovanni Luca Perin, direttore risorse umane —. La possibilità di lavorare da casa fino a due giorni alla settimana è stata offerta a 350 persone, 270 hanno aderito. Abbiamo già pensato di prolungare l’esperienza. E di allargarla alla sede di Roma». Chiaro che più si lavora anche da casa meno le città sono trafficate. L’ha capito il comune di Milano che da anni dedica una giornata al lavoro agile: 24 ore però non bastano più e si è passati alla settimana intera (22-26 maggio). Oltre 10 mila i lavoratori coinvolti in 148 aziende. A breve sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale il cosiddetto «statuto del lavoro autonomo» che contiene anche il riconoscimento e la disciplina del lavoro agile come modalità organizzativa. «Abbiamo chiarito le regole per quanto riguarda sicurezza del lavoro e assicurazione dei lavoratori, ora tocca alle aziende saper cogliere l’opportunità», diceva ieri il presidente dell’Anpal Maurizio Del Conte all’inaugurazione della settimana del lavoro agile milanese. Certo su alcune questioni un ordine del giorno promosso dal presidente della commissione Lavoro del Senato Maurizio Sacconi impegna il governo a emanare atti interpretativi rispetto alle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria dei lavoratori e in particolare per gli infortuni in itinere (che in questo caso possono riguardare tragitti diversi dal solito casa-ufficio). La nuova frontiera del lavoro agile è il pubblico impiego. Ieri la ministra Marianna Madia ha annunciato che entro il 25 giugno sarà emanata la direttiva che darà attuazione a un impegno preso nella riforma della pubblica amministrazione: dare la possibilità al 10% dei dipendenti pubblici di lavorare smart. Intanto il dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri ha pubblicato un bando per la selezione di 15 amministrazioni che saranno sostenute nella realizzazione di un progetto di smartwork (l’Inps aderirà). Non finisce qui. Sono in partenza progetti di smartwork sia per i dipendenti di palazzo Chigi che per quelli del ministero dell’Economia (vedi grafico). Per tanti che iniziano c’è chi lo pratica già da anni. È il caso del Comune di Torino dove il lavoro agile è stato avviato dal centrosinistra e ora è stato potenziato dall’amministrazione del M5S. Cesare Rosa Clot ha 40 anni e lavora all’ufficio pratiche edilizie. Spesso «riceve» i cittadini via Skype. Così ciascuno sbriga la pratica stando a casa propria. «Tutto è partito con la digitalizzazione interna dei processi — spiega Rosa Clot —. Nel nostro settore in 12 lavoriamo agile due giorni alla settimana. Siamo partiti a settembre dell’anno scorso. Funziona. E anche i cittadini sono più soddisfatti perché si risparmiano viaggi e attese in coda». Da notare: Rosa Clot non è un’eccezione. Ormai sta emergendo da diverse ricerche come a scegliere lo smartwork siano più spesso gli uomini delle donne. Tornando al privato, il fatto che le aziende smart siano aumentate prima ancora dell’entrata in vigore della legge vuol dire che l’impresa ci guadagna. «La produttività sale del 15-20%», stima Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio smartworking del Politecnico di Milano. «Lo abbiamo visto nella nostra start up di Napoli, dove l’anno scorso abbiamo attivato un progetto. Esperienza così positiva che abbiamo deciso di estenderla», conferma Gregorio Fogliani, presidente di Qui! Group. Anche alla catena di montaggio In prospettiva la digitalizzazione renderà possibile lo smartwork anche per chi oggi lavora alla catena di montaggio. «La manutenzione, per esempio, in futuro potrebbe essere fatta da remoto», spiega Corso del Politecnico. «Un progetto che va in questa direzione partirà a breve con il coinvolgimento di Volvo e Ubi Banca», aggiunge Arianna Visentini della società di consulenza Variazioni. Quante sono le realtà smart in Italia? Un censimento non c’è. «Di certo l’attivazione di questa leva darà un vantaggio competitivo a chi vuole attirare talenti», avverte Marco Valerio Morelli, amministratore delegato di Mercer Italia. Un indicatore interessante sono gli accordi aziendali per aumentare la produttività che le società sono tenute a depositare per avere in cambio gli incentivi fiscali introdotti dalle leggi di Bilancio del 2016 e 2017. «Dei 20 mila accordi depositati nel 2016 quelli che hanno usato la leva dello smartwork per aumentare la produttività sono stati 124 — racconta Marco Leonardi, consigliere economico di Palazzo Chigi —. C’è ancora molta strada da fare». Nelle piccole imprese il cambio di mentalità è solo agli inizi.] Rivoluzione in corso. Lo smartwork (o lavoro agile) ormai è diventato uno slogan. Qualcosa che tutti stanno facendo o vogliono fare. Una medaglia da appuntare sul petto per le aziende. Una boccata di ossigeno per i dipendenti che continuano a fare acrobazie per tenere insieme compiti familiari e lavoro. Dove sta la fregatura? In effetti sì, viene da chiederselo. A sentire imprese, lavoratori (e sindacati) a ormai 6-7 anni dall’inizio in Italia di questo cambio di paradigma dell’organizzazione aziendale i pro restano maggiori dei contro. A fronte di un gruppo come Tim che ha sospeso la sperimentazione che coinvolgeva 18 mila dipendenti, tanti altri hanno imboccato la strada dell’organizzazione post fordista. Che poi, tradotto, vuol dire: trattare i dipendenti come se fossero imprenditori di se stessi, lasciandoli liberi di organizzarsi da soli in merito all’orario e al luogo di lavoro. I debutti, da Fiat a Generali Sono numerosi i gruppi che hanno attivato progetti di smartwork nell’ultimo anno.

Da Cnh Industrial a General Electric, da Ferrero a Pirelli e Enel. Compresa Fiat che lo scorso novembre ha introdotto lo smartworking nelle aree finanza e information technology. E anche Generali. «Abbiamo fatto un accordo con il sindacato e avviato una sperimentazione a Milano che terminerà a giugno — racconta Giovanni Luca Perin, direttore risorse umane —. La possibilità di lavorare da casa fino a due giorni alla settimana è stata offerta a 350 persone, 270 hanno aderito. Abbiamo già pensato di prolungare l’esperienza. E di allargarla alla sede di Roma». Chiaro che più si lavora anche da casa meno le città sono trafficate. L’ha capito il comune di Milano che da anni dedica una giornata al lavoro agile: 24 ore però non bastano più e si è passati alla settimana intera (22-26 maggio). Oltre 10 mila i lavoratori coinvolti in 148 aziende.

A breve sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale il cosiddetto «statuto del lavoro autonomo» che contiene anche il riconoscimento e la disciplina del lavoro agile come modalità organizzativa. «Abbiamo chiarito le regole per quanto riguarda sicurezza del lavoro e assicurazione dei lavoratori, ora tocca alle aziende saper cogliere l’opportunità», diceva ieri il presidente dell’Anpal Maurizio Del Conte all’inaugurazione della settimana del lavoro agile milanese. Certo su alcune questioni un ordine del giorno promosso dal presidente della commissione Lavoro del Senato Maurizio Sacconi impegna il governo a emanare atti interpretativi rispetto alle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria dei lavoratori e in particolare per gli infortuni in itinere (che in questo caso possono riguardare tragitti diversi dal solito casa-ufficio).

La nuova frontiera del lavoro agile è il pubblico impiego. Ieri la ministra Marianna Madia ha annunciato che entro il 25 giugno sarà emanata la direttiva che darà attuazione a un impegno preso nella riforma della pubblica amministrazione: dare la possibilità al 10% dei dipendenti pubblici di lavorare smart. Intanto il dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri ha pubblicato un bando per la selezione di 15 amministrazioni che saranno sostenute nella realizzazione di un progetto di smartwork (l’Inps aderirà). Non finisce qui. Sono in partenza progetti di smartwork sia per i dipendenti di palazzo Chigi che per quelli del ministero dell’Economia (vedi grafico).

Per tanti che iniziano c’è chi lo pratica già da anni. È il caso del Comune di Torino dove il lavoro agile è stato avviato dal centrosinistra e ora è stato potenziato dall’amministrazione del M5S. Cesare Rosa Clot ha 40 anni e lavora all’ufficio pratiche edilizie. Spesso «riceve» i cittadini via Skype. Così ciascuno sbriga la pratica stando a casa propria. «Tutto è partito con la digitalizzazione interna dei processi — spiega Rosa Clot —. Nel nostro settore in 12 lavoriamo agile due giorni alla settimana. Siamo partiti a settembre dell’anno scorso. Funziona. E anche i cittadini sono più soddisfatti perché si risparmiano viaggi e attese in coda». Da notare: Rosa Clot non è un’eccezione. Ormai sta emergendo da diverse ricerche come a scegliere lo smartwork siano più spesso gli uomini delle donne.

Tornando al privato, il fatto che le aziende smart siano aumentate prima ancora dell’entrata in vigore della legge vuol dire che l’impresa ci guadagna. «La produttività sale del 15-20%», stima Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio smartworking del Politecnico di Milano. «Lo abbiamo visto nella nostra start up di Napoli, dove l’anno scorso abbiamo attivato un progetto. Esperienza così positiva che abbiamo deciso di estenderla», conferma Gregorio Fogliani, presidente di Qui! Group. Anche alla catena di montaggio In prospettiva la digitalizzazione renderà possibile lo smartwork anche per chi oggi lavora alla catena di montaggio. «La manutenzione, per esempio, in futuro potrebbe essere fatta da remoto», spiega Corso del Politecnico. «Un progetto che va in questa direzione partirà a breve con il coinvolgimento di Volvo e Ubi Banca», aggiunge Arianna Visentini della società di consulenza Variazioni.

Quante sono le realtà smart in Italia? Un censimento non c’è. «Di certo l’attivazione di questa leva darà un vantaggio competitivo a chi vuole attirare talenti», avverte Marco Valerio Morelli, amministratore delegato di Mercer Italia. Un indicatore interessante sono gli accordi aziendali per aumentare la produttività che le società sono tenute a depositare per avere in cambio gli incentivi fiscali introdotti dalle leggi di Bilancio del 2016 e 2017. «Dei 20 mila accordi depositati nel 2016 quelli che hanno usato la leva dello smartwork per aumentare la produttività sono stati 124 — racconta Marco Leonardi, consigliere economico di Palazzo Chigi —. C’è ancora molta strada da fare». Nelle piccole imprese il cambio di mentalità è solo agli inizi.

 Grafico-27esima

Fonte: Corriere

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