“Latte di soia”? Dicitura illegale ma lo era già dal 1929

“Latte di soia”? Dicitura illegale ma lo era già dal 1929-0

“Latte di soia”? Dicitura illegale ma lo era già dal 1929

29 giugno 2017 , 0 Comments

In relazione alla notizia “Il latte di soia non esiste: la sentenza della Corte di giustizia europea”, segnalo che non introduce la minima novità. Com’è facile verificare leggendo le diciture sulle confezioni in qualsiasi punto vendita, nessuna impresa denomina il suo prodotto “latte di soia”, “latte di riso” o “latte di avena”: la denominazione è soltanto “bevanda di soia”, “bevanda di riso” o “bevanda di avena”. L’art. 78 del reg. 1308/2013 riserva con assoluta chiarezza le denominazioni alle categorie indicate nell’allegato VII, la cui parte III comprende latte e prodotti lattiero-caseari.
Ma il regolamento 1302/2013 viene solo da ultimo: le denominazioni erano riservate da molto prima (da noi si risale al Regio decreto n. 994/1929, che definisce il latte, e Regio decreto legge n. 2033/1925, che definisce “formaggio o cacio”). Sì, proprio dal 1925 e 1929.

La sentenza del 14 giugno è quindi una “non-notizia”, visto che è almeno dal 1929 è vietato denominare un prodotto “latte di soia”. La “notizia”, se tale la si vuol considerare, è che la corte europea ha ritenuto che un operatore tedesco che contravveniva alla norma, non potesse farlo, il che è più che scontato. Per quanto riguarda altre categorie merceologiche (il caso del cosiddetto “meat sounding”), nessuna norma europea o nazionale riserva le denominazioni “polpette”, “spezzatino”, “burger”, “würstel”, “medaglione”, “crocchetta”, “cotoletta”, “fettina”, “ragù”, “bastoncino” ai prodotti della macelleria, quindi non vedo proprio come allevatori e industria della carne possano pretendere che tali denominazioni siano esclusivamente “cosa loro”.

Uno “spezzatino di soia”, un “würstel di salmone” (ma, a ben vedere, anche di pollo e/o tacchino), un “ragù di pesce”, una “polpetta vegetariana”, un “medaglione vegano” o delle “fettine di seitan*” non traggono in inganno un alfabeta (a quanto sembra, questa è la maggior preoccupazione di un’industria della carne insolitamente altruista) né turbano il mercato: difficile pensare che chi sceglie uno “spezzatino di soia”, se lo vedesse denominato “preparazione di soia”, lo lascerebbe sullo scaffale per buttarsi sull’analogo carnivoro o su del girello di spalla…

Il rilievo mediatico che l’industria della carne (quella che ha commissionato l’interrogazione al peraltro generalmente buon De Castro e al collega La Via) sta dando in questi giorni sulla sentenza, chiedendo l’inibizione agli operatori dell’uso di denominazioni del tutto libere, è strumentale e poco lodevole. Evidentemente non è andata giù la chiarissima risposta che ha ricevuto il 19 dicembre 2016 l’interrogazione che il CNA ammette d’aver predisposto, trovando in De Castro/La Via solo dei cortesi e servizievoli messaggeri (vedi notizia): “La Commissione ribadisce come NON si preveda attualmente di introdurre nuove denominazioni tutelate per i prodotti a base di carne, ritenendo che le disposizioni applicabili offrano una base giuridica sufficiente per tutelare i consumatori da indicazioni ingannevoli”.

L’allegato VI parte A, punto 4 del Reg UE 1169/2011 non è particolarmente oscuro: “Nel caso di alimenti in cui un componente o un ingrediente che i consumatori presumono sia normalmente utilizzato o naturalmente presente è stato sostituito con un diverso componente o ingrediente, l’etichettatura reca una chiara indicazione del componente o dell’ingrediente utilizzato per la sostituzione parziale o completa”: una denominazione come “würstel di soia” risponde perfettamente alla bisogna (piaccia o meno il “würstel di soia”). Considerazioni diverse non attengono al campo del diritto, ma a quello del tifo, da cui, non frequentando le curve degli ultras, devo sganciarmi.

L’industria della carne dovrebbe far prima chiarezza al suo interno: Principe di San Daniele Spa e Giuseppe Citterio Spa (soci dell’Associazione Industriali delle Carni e dei Salumi di Confindustria) propongono al pubblico würstel vegetariani e lo stesso fa Kioene Spa, spin off di Padoa Spa (socio di Assocarni, Associazione Nazionale Industria e Commercio Carni e Bestiame, sempre di Confindustria).

Fonte: IlFattoAlimentare

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