Prevenzione e tutela dei disturbi muscolo – scheletrici

Prevenzione e tutela dei disturbi muscolo – scheletrici

L’ Inail ha recentemente pubblicato un’edizione aggiornata di un documento che era stato realizzato nell’ambito della Campagna Europea sulle Patologie muscoloscheletriche 2007, patologie che, raccolte nell’acronimo DMS (con riferimento ai disturbi muscoloscheletrici da sovraccarico biomeccanico), sono molto diffuse nel mondo del lavoro in tutta Europa e costituiscono una delle principali cause di assenza per malattia.
Alcuni dati, che risalgono al 2005, indicano infatti che quasi il 25% dei lavoratori degli Stati dell’Unione Europea soffre di mal di schiena e il 23% lamenta dolori muscolari. Inoltre il 62% dei lavoratori svolge operazioni ripetitive con le mani o le braccia per un quarto dell’orario di lavoro, il 46% lavora in posizioni dolorose o stancanti e il 35% trasporta o movimenta carichi pesanti.
Questi dati sono riportati nell’edizione 2012 della pubblicazione Inail “ I disturbi muscoloscheletrici lavorativi. La causa, l’insorgenza, la prevenzione, la tutela assicurativa”, pubblicazione realizzata con la collaborazione della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, dell’ISFOL, del Ministero del Lavoro, del Ministero della Salute e delle organizzazioni sindacali e datoriali.
Per quanto, come nel resto d’Europa, anche in Italia queste patologie siano diventate le patologie più frequentemente denunciate all’Inail, la pubblicazione sottolinea che i DMS “non sono un rischio inevitabile”.
Infatti datori di lavoro e lavoratori possono “contribuire a prevenire o comunque a ridurre in buona parte molti di questi problemi applicando ed osservando le norme vigenti in materia di salute e sicurezza e seguendo le indicazioni e le soluzioni disponibili per prassi lavorative corrette che evitino questi rischi”.
Come ricordato dal documento, la campagna di prevenzione dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro del 2007 era imperniata su tre elementi fondamentali:

– i datori di lavoro, i lavoratori, le parti sociali e le istituzioni devono collaborare per risolvere il problema dei DMS;

– gli interventi programmati devono tenere in considerazione l’intero carico esercitato sul corpo, “vale a dire tutte le forme di tensione a cui è sottoposto il corpo, oltre che i carichi trasportati. Possono contribuire, infatti, all’insorgenza dei DMS anche il ritmo di lavoro, un ambiente di lavoro freddo, le difficoltà d’interazione con le macchine o gli strumenti di lavoro, ecc.”;

– se i processi lavorativi lo consentono, i datori di lavoro devono impegnarsi a reinserire i lavoratori affetti da queste patologie in mansioni adeguate.

La pubblicazione Inail richiama dunque l’attenzione sulla responsabilità di adottare azioni preventive da parte di tutti gli attori della sicurezza e si rivolge ai lavoratori e ai loro rappresentanti per la sicurezza illustrando “le misure di prevenzione che devono essere adottate da coloro che svolgono attività lavorative che comportano rischi per la colonna vertebrale o per gli arti superiori o inferiori”.
Tra i temi trattati ci sono la movimentazione manuale dei carichi, l’adozione di posture incongrue, i movimenti ripetuti, le operazioni di traino e spinta, l’ uso dei videoterminali.
Oltre a presentare le misure di prevenzione, il documento si sofferma anche sulle principali patologie correlate ai DMS e ai principali fattori di rischio.
I principali fattori di rischio per gli arti superiori sono:
– prolungata durata del compito lavorativo;
– frequenza e/o ripetitività delle azioni lavorative;
– elevata forza impiegata;
– postura incongrua;
– tempi di recupero insufficienti;
– tipo di presa non adeguato”.
Inoltre i principali fattori complementari di rischio per gli arti superiori sono: “alta precisione; compressioni localizzate delle strutture anatomiche; uso di dispositivi individuali incongrui (guanti, calzature, ecc.); uso di attrezzature di lavoro non ergonomiche; esposizione a freddo; azioni che implicano contraccolpi; uso di strumenti vibranti; dover maneggiare oggetti scivolosi”.
Per valutare l’esposizione al rischio è dunque necessario “individuare ed esaminare ognuno dei singoli fattori di rischio nonché la loro interazione”.
A titolo di esempio il documento riporta una serie di indicatori che individuano situazioni di rischio:
– frequenza delle azioni lavorative superiore a 45-50 azioni al minuto;
– impiego di forza che supera il 50% della massima contrazione volontaria (il 50% della massima forza sviluppabile da un soggetto);
– lavoro con le braccia, per tempi prolungati, ad altezza spalle o più in alto;
– svolgimento di compiti ripetitivi sovraccaricanti soprattutto se durano tutto il turno e non vengono effettuate un numero adeguato di interruzioni durante la giornata lavorativa”.
In particolare la norma tecnica che indica criteri e metodi per la valutazione dei fattori di rischio da movimenti ripetuti è la UNI ISO 11228-3.
Se queste situazioni di rischio sono presenti in diverse lavorazioni, la medicina del lavoro ha tuttavia suddiviso “in due macro aggregazioni le attività a rischio presunto di sovraccarico biomeccanico degli arti superiori nelle quali l’esposizione a rischio è di almeno 4 ore complessive nel turno di lavoro”.

Lavorazioni a ritmi prefissati e/o con obiettivi di produzione:
– montaggio, assemblaggio, microassemblaggio su linea;
– preparazioni manuali, confezionamento, imballaggi, ecc. su linea;
– levigatura e/o sbavatura e/o rifinitura ecc. manuale e/o con strumenti vibranti nella lavorazione del legno, plastica, ceramica, ecc.;
– approvvigionamento e/o scarico su linea o macchina (torni, frese, presse, macchine da stampa, macchine tessili, filatoi, ecc.) per il trattamento superficiale di manufatti (in metallo, legno, resine, plastica, stoffa, ecc.);
– operazioni di cernita, selezione con uso degli arti superiori (ad esempio nell’industria ceramica, del bottone, alimentare, ecc.);
– operazioni di taglio manuale o con taglierine elettriche, cucitura manuale o a macchina, orlatura e altre rifiniture, stiratura a mano o con presse nel settore abbigliamento, nelle lavanderie, nell’industria calzaturiera e pelletterie, ecc.;
– lavorazione delle carni: macellazione, taglio e confezionamento lavorazioni a ritmi prefissati e/o con obiettivi di produzione”.

Altre lavorazioni a ritmi non vincolanti ma eseguiti con continuità e/o a ritmi elevati:
– operazioni di cassa in supermercato;
– decorazione, rifinitura su tornio;
– uso di martello o mazza per almeno 1/3 del turno di lavoro;
– uso di badile per almeno 1/3 del turno di lavoro;
– uso di attrezzi manuali che comportano uso di forza (leve, pinze, tenaglie, taglierine, raschietti, punteruoli, ecc.);
– scultura, incisione, taglio manuale di marmi, pietre, metalli, legni, ecc.;
– lavorazioni con operazioni di taglio manuale (coltelli, forbici, ecc.);
– operazioni di posatura (pavimenti, tegole, ecc.);
– lavoro al videoterminale (limitatamente ad operazioni di data-entry, cad-cam, grafica);
– imbiancatura, verniciatura, stuccatura, raschiatura ecc. nel trattamento di superfici;
– lavorazioni con uso di strumenti vibranti quali mole, frese, martelli, scalpelli pneumatici, ecc.;
– alcune lavorazioni agricole e/o di allevamento bestiame, quali potatura, raccolta e cernita, tosatura, mungitura, sessatura pollame, ecc”.
Inoltre meritevoli di attenzione risultano essere anche altre attività quali: “musicista professionista, massofisioterapista, parrucchiere, addetti a cucine e ristorazione collettiva, addetti alle pulizie quando l’attività sia svolta con continuità per buona parte della giornata lavorativa”.

Le patologie degli arti inferiori possono invece “essere provocate da lavori prolungati effettuati in posizione inginocchiata o curva (es. posatori di moquette, parquet e piastrelle)”.
Tali patologie sono poi “correlate all’intensità e alla durata delle attività che prevedono sollecitazioni ripetute e microtraumi a carico del ginocchio e del piede (salti, salita e discesa di gradoni, ecc.)”.
Infine, molti lavori nell’industria, “in cui è impegnata soprattutto manodopera femminile (addetti a catene di montaggio, all’assemblaggio, al confezionamento, al data entry, cassiere, ecc.) richiedono l’assunzione di una posizione di lavoro fissa, cioè con poche possibilità di cambiamento e spesso associata a movimenti ripetuti degli arti superiori e/o inferiori”.

Fonte: Punto Sicuro

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