Sacchetti per frutta, verdura e pesce: ecco la ragione per cui possiamo arrabbiarci

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Sacchetti per frutta, verdura e pesce: ecco la ragione per cui possiamo arrabbiarci

25 gennaio 2018 0 Comments

Al netto dei pochi euro annui, la questione sta in un recepimento idiota della direttiva europea. Che, sorpresa, prevede numerose strade oltre al pagamento e perfino l’esenzione dei bioshopper ultraleggeri

Mentre il mondo scivola in una crisi nucleare, con tanto di sfida fra chi ha il bottone rosso più grosso, l’Italia affronta una polemica fondamentale da cui il Paese potrebbe uscire profondamente cambiato: quella sui sacchetti biodegradabili e compostabili per pesare frutta, verdura, carne, pesce, affettati e in generale prodotti sfusi nei supermercati.

Un costo notevole, per un Paese che – tanto per fare un esempio – dilapida 49 miliardi di euro alle slot machine: a seconda delle previsioni, dalla forchetta 4-12 euro l’anno paventata da Assiobioplastiche ai 50 sbandierati dal Codacons, che parla di “tassa introdotta dal governo” e delinea lontani e sgangherati collegamenti di chi produce questi sacchetti col Pd di Matteo Renzi, cavalcando pericolosamente una bufala circolata su social e chat. Certo è che per come è stata gestita pure il bustagate sarà l’ennesima tegoletta con cui i dem avranno a che fare alle urne, specie in certe fasce di popolazione.

Fuori dalle provocazioni, di cosa stiamo parlando? Di un codicillo infilato lo scorso 3 agosto, già coi piedi dei parlamentari sul bagnasciuga, nella legge di conversione di un decreto-legge che non c’entra nulla con la tutela dell’ambiente, il cosiddetto “dl Mezzogiorno”.

L’articolo 9-bis (mai fidarsi dei bis) della legge n.123/2017 (che a sua volta modifica un decreto legge di anni fa, il 152/2006) prevede che le borse di plastica non possano essere distribuite a titolo gratuito e a tal fine il prezzo di vendita per singola unità debba risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti trasportati.

Il ministero dell’Ambiente ha rincarato la dose stabilendo che non ci si può portare i sacchetti da casa e dunque non si possono riutilizzare quelli acquistati per (evidenti) ragioni igieniche. Ma manca ilparere del ministero della Salute mentre quello dello Sviluppo economico si sarebbe schierato a favore.

Dunque non rimane che piegarsi e pagarli, anche se a ben vedere l’indicazione che le buste non possano essere distribuite a titolo gratuito non significherebbe automaticamente che non possano essere in qualche modo scontate ai clienti: basterebbe individuare una formula precisa. D’altronde la direttiva UE da cui parte l’intera questione (la 2015/720 che modifica in alcuni punti la vecchia direttiva imballaggi 94/62/CE) non obbliga affatto gli Stati a far pagare gli shopper ultraleggeri.

Al contrario, stabilisce che “le misure adottate dagli Stati membri includono l’una o l’altra delle seguente opzioni o entrambe”. Quali sono queste opzioni? La prima consiste nell’adottare misure per assicurare che il livello di utilizzo annuale non superi 90 borse pro capite entro il 31 dicembre 2019 (fornendo quindi banali alternative come i sacchetti di carta) oppure assicurare che, entro il 31 dicembre di quest’anno, le borse di plastica in materiale leggero non siano fornite gratuitamente nei punti vendita di merci o prodotti, salvo che siano attuati altri strumenti di pari efficacia.

Non a caso, la direttiva prevede pure che gli Stati membri possano “scegliere di esonerare le borse di plastica con uno spessore inferiore a 15 micron («borse di plastica in materiale ultraleggero») fornite come imballaggio primario per prodotti alimentari sfusi ove necessario per scopi igienici oppure se il loro uso previene la produzione di rifiuti alimentari”. Insomma, gli shopper per frutta e verdura sotto i 15 micron di spessore potrebbero perfino rimanerne fuori, da questi provvedimenti, perché il complesso delle norme e delle indicazioni è talmente ampio che il bando di quelli in plastica sotto il 40% di materiale riciclabile costituisce solo una parte della strategia di Bruxelles per la riduzione del loro peso sull’ecosistema.

Insomma, per quanto la stiamo facendo davvero troppo grossa (per anestetizzare il costo basterebbe ricordarsi sempre di fare la spesa con una sporta in tela o una busta biodegradabile), è pur vero che abbiamo tutte le ragioni per innervosirci. Più per il principio, però, che per la sostanza.

Fra le molte alternative a disposizione per affrontare il problema reale della diffusione di queste buste con cui pesiamo banane e cetrioli (100 miliardi di sacchetti l’anno solo in Europa) il Parlamento italiano ha scelto la solita strada: far pagare per disincentivare. Scaricando così per intero l’onere sui cittadini-consumatori senza prevedere percorsi alternativi che consentissero alle amministrazioni delle catene di supermercati di intervenire.

Al contrario, questa interpretazione idiota della direttiva prevede multe da 2.500 a 25mila euro (ma si può arrivare anche a 100mila per “ingenti quantitativi”) e non consente alcuna variazione sensibile in termini di quantità e volumi nella grande distribuzione organizzata. Che alla fine una soluzione per non scontentare i clienti la troverà. Magari accreditando un monte euro o punti extra sulle carte fedeltà al superamento di una certa soglia.

Se pochi euro non ci cambieranno la vita rimane dunque l’amarezza per la solita modalità di interpretazione degli obblighi continentali, orientata sempre alla strada vessatoria. In questo senso la dichiarazione di Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente, appare parecchio fuori fuoco: “L’innovazione ha un prezzo ed è giusto che i bioshopper siano a pagamento, purché sia garantito un costo equo che si dovrebbe aggirare intorno ai 2/3 centesimi a busta”.

Semplicemente, le prescrizioni europee non dicono (esattamente) questo ma aggiungono molto altro. Che poi il problema dell’usa e getta (e dei sacchetti di plastica illegali, ancora diffusissimi specie negli esercizi più piccoli e nei mercati) vada affrontato in modo netto è un altro paio di maniche. E siamo tutti d’accordo. Ma perché non intervenire prima e tentare di guidare il legislatore verso un’applicazione ragionevole?

Resta infine qualche dubbio, più che legittimo, sull’effettiva efficacia degli shopper biodegradabili (che almeno possono essere riutilizzati per l’umido casalingo) per quel genere di prodotti. Siamo sicuri, per esempio, che non incentivino l’acquisto di frutta e verdura già confezionate con pellicole e vassoi di polistirolo, facendo così impennare gli imballaggi?

E i simpaticoni che attaccheranno uno scontrino su ogni arancia o su ogni banana non finiranno per consumare più carta di prima? Questioni di lana caprina a parte, alla fine anche queste trovate si inabisseranno e torneremo a comportarci come facevamo prima. Consci che, ancora una volta, la difesa dell’ambiente ci ha messo le mani in tasca. Pure se di poco.

Fonte: Wired

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