Sentenza ETERNIT

Sentenza ETERNIT

23 maggio 2012 0 Comments

Oltre 700 pagine per motivare la condanna a 16 anni di carcere (in primo grado) per i due ex manager della multinazionale dell’amianto Eternit, Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier. Il documento – depositato oggi al tribunale di Torino – illustra le fasi del più grande dibattimento legato alla fibra killer e concluso, il 13 febbraio scorso, con una sentenza di portata storica. “Emerge tutta l’intensità del dolo degli imputati – si legge nel dispositivo – perché, nonostante tutto, hanno continuato e non si sono fermati né hanno ritenuto di dover modificare radicalmente e strutturalmente la situazione al fine di migliorare l’ambiente di lavoro e di limitare per quanto possibile l’inquinamento ambientale”.
Schmidheiny e De Cartier sono stati chiamati in causa per i danni provocati dall’asbesto lavorato nei quattro stabilimenti italiani del gruppo a Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli. I dirigenti – secondo l’impostazione del procuratore Raffaele Gueriniello – sono stati accusati di disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche. Un comportamento, a parere dei giudici, aggravato anche dalla mancanza di ogni attenuante. “L’elemento soggettivo appare ancora di maggiore pericolosità perché gli imputati hanno pure cercato di nascondere e di minimizzare gli effetti nocivi per l’ambiente e per le persone derivanti dalla lavorazione dell’amianto, pur di proseguire nella condotta criminosa intrapresa”, scrive la corte presieduta da Giuseppe Casalbore. Il dolo, dunque, è stato “di elevatissima intensità”.
La dirigenza minimizzò i rischi. Una sentenza il cui significato è riassunto nella domanda che, per anni, ha lacerato Romana Blasotti, 82 anni, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime, e che a causa dell’amianto ha perso il marito Mario, la sorella Libera, il nipote Giorgio e la cugina Anna insieme alla figlia Maria Rosa. “Non riuscivo a capire come poteva succedere che una persona potesse morire di lavoro”, sono le parole della donna citate nella sentenza. Romana Blasotti “aveva ben compreso che di amianto si moriva”, scrivono i giudici, e si è chiesta perché continuare: un interrogativo semplice ed elementare che non lascerebbe dubbi sulla portata della colpa. E’ parso gravissimo, infatti, che Schmidheiny e De Cartier – pur al corrente della nocività dell’asbesto (viene citato, in particolare, uno studio medico scientifico di Irving Selikoff risalente già al 1968) – non solo non intervennero ma, anzi, minimizzarono i rischi.
Esistono, poi, specifici comportamenti che confermerebbero indirettamente come l’apparato dirigenziale di Eternit Spa fosse consapevole dei danni provocati dall’amianto. “L’istruttoria dibattimentale ha comprovato, con certezza, come l’attività di indiscriminata e scriteriata cessione del polverino ai dipendenti degli stabilimenti abbia costituito un fenomeno tipico ed esclusivo di Casale Monferrato”, scrive, infatti, Casalbore nella sentenza. Il polverino – è spiegato nel sito del comune piemontese – è un prodotto di scarto del ciclo produttivo delle tubature in cemento-amianto derivato dalla tornitura: una polvere finissima, costituita da una miscela di polvere di cemento e fibre di asbesto considerato, in passato, un ottimo materiale isolante e di riempimento.
Fino alla fine degli anni Ottanta il polverino, “perdurante sorgente di inquinamento”, poteva essere reperito a costo zero dai cittadini di Casale e, di conseguenza, è stato impiegato nei più svariati modi: dai sottotetti alle intercapedini murarie dei fabbricati, alle pavimentazioni di aree esterne (in particolare, ma non solo, per uso privato): una pratica – ha ritenuto il presidente della Corte – che ha finito per rendere ulteriormente “evidente sia la conoscenza circa la pericolosità” di questa sostanza, “sia la mancata adozione di seri e concreti provvedimenti per evitarne la diffusione all’esterno della fabbrica”.

Fonte: Punto Sicuro

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